IL CINEMA E’ COME UNA MONGOLFIERA – INCONTRO CON DAVIDE FERRARIO

Nehovistecose ha incontrato Davide Ferrario, regista lombardo trapiantato a Torino. Una delle voci più originali del panorama cinematografico contemporaneo.

DAVIDE FERRARIO

Davide, hai iniziato la tua carriera scrivendo su Cineforum. Credi che ti sia stato utile arrivare alla regia dopo essere stato “dall’altra parte”? È un po’ quello che accadde ai registi della novelle vague, che prima scrivevano sui “Cahiers du Cinema”…

In verità fare il critico e fare il regista sono due cose completamente diverse. A dirla tutta chi comincia a fare il regista capisce che di solito le cose che scriveva da critico erano basate su assunti del tutto sballati. Infatti pressoché tutti smettono di fare i critici e – se scrivono libri – non parlano più dei film ma di come si fa il cinema, il cinema come mestiere (il libro di Truffaut su Hitchcock o di Anderson su Ford sono esemplari).

I tuoi film sono quasi tutti commedie. Credi anche tu – come credeva ad esempio Billy Wilder, ma anche grandi registi italiani come Monicelli, Risi, Salce – che l’unico modo per esorcizzare le incertezze della vita e le storture della società sia, pur a volte amaramente, riderci sopra?

No, non credo che ridere sulle cose sia il modo migliore di esorcizzarle. Anche la catarsi tragica serve a quello. Ma ammetto di avere una tendenza a non prendere troppo sul serio le cose, a cominciare da me stesso e dal mio lavoro.

Col tuo progetto La rabbia hai fatto i conti con Pasolini. Com’è stato misurarsi col materiale girato da qualcun altro? Pensi che, nonostante alcuni film fortemente ancorati al periodo in cui uscirono, sia un regista ancora attuale?

No, Pasolini ha ancora molto da dirci ma oggi un ruolo come il suo sarebbe impossibile. Verrebbe macinato dal sistema dei media, sia come regista che come intellettuale. Quanto a misurarsi con materiale altrui l’ho fatto molto spesso, anzi mi piace moltissimo costruire una messa in scena di secondo grado con il materiale degli altri. Credo che sia una delle forze del cinema: il montaggio. L’idea che il montaggio non finisce mai e che quello che consideriamo il film finito è solo un passaggio.

Nel 2002 è uscito Le strade di Genova, sui fatti del G8, di cui sei stato in prima persona testimone oculare. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza? Pensi sia un tragico quanto fedele specchio dell’andazzo della società italiana?

Le strade di Genova non era un film, era un lavoro di ricostruzione. Mi è servito per capire come sono andate veramente le cose. Ho anche cercato di raccontarlo, ma ho visto che le parti in causa (sia le istituzioni che il movimento) preferivano tenersi stretta la loro verità precostituita. Comunque, le sentenze sono state importanti perché hanno riconosciuto fatti e responsabilità – almeno quelle.

Nel 2004, con Dopo mezzanotte, è arrivata la tua consacrazione al grande pubblico. A mio giudizio, è uno dei più bei film sul cinema e su Torino che siano mai stati girati. Come hai concepito l’idea?

Casualmente per quanto riguarda la storia, con invece una profondissima necessità di fare un film per l’ispirazione. Voglio dire che in quel momento avevo bisogno di fare un film, non necessariamente quello. Sono stato fortunato.

dopo mezzanotte

I tre protagonisti di DOPO MEZZANOTTE

Esiste davvero un custode notturno della mole?

Sì, ma non assomiglia minimamente a Martino.

Dopo mezzanotte è uno dei pochi film italiani dell’ultimo ventennio che ribadisce l’importanza dell’immagine rispetto a quella, utile ma non sempre esaustiva, della parola. Credo che possa essere un concetto riconducibile a TUTTO il tuo cinema. È così?

Assolutamente. Ecco perché mi riconosco poco nella tradizione del cinema italiano, che è quasi tutta costruita sulla parola.

Nel 2009 hai girato Tutta colpa di Giuda, commedia musicale girata in carcere con alcuni detenuti come attori. Credo si tratti di un film unico, ma concettualmente molto vicino a grandi capolavori del passato (La terra trema, L’albero degli zoccoli) in cui la cosiddetta gente qualunque diventava protagonista. Com’è stato girare in un vero carcere, con veri detenuti? Quali sono state le loro reazioni?

Il film non sarebbe stato possibile senza il mio lavoro da volontario in carcere, durato almeno 10 anni prima che girassimo il film. Voglio dire, non mi interessava un film sul carcere (e tutto sommato “GIUDA” è più un film sulla religione che sulla galera): però l’esperienza diretta mi ha consentito di costruire una storia altrimenti impossibile. Quanto alle reazioni dei detenuti devo dire che – appunto – ci conoscevamo da anni e quindi ci si fidava l’uno degli altri. Rispetto al senso del lavoro, credo invece che corrispondesse a quello che dice uno di loro nel film “Non ci capisco un cazzo, ma se è contro la galera a me sta bene”. In realtà, quando hanno visto il film montato l’hanno capito benissimo.

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Kasia Smutniak in TUTTA COLPA DI GIUDA

Spesso nei tuoi film vediamo Luciana Littizzetto. Al di là dell’amicizia che vi lega, cosa pensi di Luciana come artista?

Luciana è una comica eccellente e una donna molto in gamba. Chiaro che stare sempre in tv logorerebbe chiunque.

Sei stato al centro di molti progetti riferiti al 150esimo anniversario dell’unità d’Italia. Hai sentito di far parte di un’Italia ancora unità? O siamo davvero vittima di leghismi vari e affini che ci hanno ritrasformati in un paese diviso?

Spero che “Piazza Garibaldi” esprima chiaramente la mia opinione in proposito. La divisione, per noi italiani, c’è sempre stata, fin dai tempi di Romolo e Remo, secondo la citazione di Saba nel film. Ma invece di prenderne atto e venirne a capo l’abbiamo nascosta dietro l’ideale unitario. Con il risultato che il paese era ed è rimasto diviso in due, come chiunque può constatare.

Passiamo al tuo ultimo film, La luna su Torino. Ho avuto la fortuna di vederlo al cinema e di poter ascoltare direttamente da te la genesi e i significati del film. Come nasce l’idea di questo film? Tutto si genera dal fatto un po’ magico che Torino si trovi sul 45° parallelo, ovvero esattamente a metà tra equatore e polo e che sia dunque una sorta di “terra di mezzo”?

Sì, l’idea di fondo è quella. Ma più di tutto mi andava di mettere in scena una storia che parlasse della precarietà dei tempi senza farne un tema sociale: la precarietà, la ricerca di un equilibrio è una condizione esistenziale, prima di tutto. Da qui la metafora del parallelo che – guarda caso, ma sono sicuro che il caso non c’entra – passa proprio da Torino .

Ad un certo punto, il protagonista del film sale su una mongolfiera e osserva Torino dall’alto, di notte. Era più o meno la stessa cosa che accadeva al direttore del carcere in Tutta colpa di Giuda quando saliva nel suo appartamento, o che accadeva a Martino in Dopo mezzanotte quando guardava la città dalla punta della mole. Questa visione “dall’alto” si trova spesso nei tuoi film. Cosa rappresenta? Per alcuni registi era una sorta di visione “religiosa”: Dio che guarda la nostra piccolezza senza dire nulla. Abbiamo letto che tu ti dichiari ateo, dunque siamo certi che nei tuoi film simboleggi qualcosa di diverso…

No, certo non mi sento più vicino a dio quando sto in alto… Ascendere e vedere le cose dall’alto, però, ha un significato particolare: per un po’ il mondo che conosci ti sembra diverso, forse anche più bello. E’ la distanza che lo rende tale. Naturalmente, è una condizione che vale per il tempo di un’ascesa (in mongolfiera, a piedi, in ascensore…). Poi si ritorna giù, alla normalità. Ma quel momento di sospensione è rivelatore. Tutto sommato è la stessa cosa che capita al cinema: entri in un luogo che rende il normale più interessante, come “visto da lontano”. E poi rientri nel mondo che conosci. Il cinema è come una mongolfiera, forse.

I protagonisti di LA LUNA SU TORINO

I protagonisti de LA LUNA SU TORINO

La sera della proiezione, come ricorderai, uno spettatore definì il tuo film una sorta di Grande bellezza girata a Torino invece che a Roma. Io non sono d’accordo, per diverse ragioni: in primis, perché a mio giudizio (l’ho specificato anche nella recensione del film, qui) l’indeterminatezza non deve diventare fine a se stessa. Tu cosa pensi in merito a questo paragone?

Che sono cose che si dicono superficialmente. Ma credo che una cosa in comune i due film l’abbiano: prescindono da Roma e Torino come spazio sociologico/antropologico. Nei due film sono città astratte, scenari dell’anima.

Spesso si dice che nei tuoi film si vede una “Torino inedita”. Io trovo che il tuo sia stato un percorso graudale: in Dopo mezzanotte si vedevano scorci di Torino piuttosto conosciuti (la Mole) alternati ad altri meno noti (la Falchera). In Tutta colpa di Giuda, si passava ad un’ambientazione nota (il carcere) ma solo esternamente. In questo tuo ultimo film, invece, si passa ad una Torino davvero sconosciuta. Ho studiato a Torino per quattro anni, e sono stato in pochissimi dei luoghi che si vedono nel film. È come se il tuo cinema fosse diventato estraneo all’ambientazione torinese (i torinesi non si vedono mai) ma allo stesso tempo ne fosse imprescindibile. Cosa pensi a riguardo?

Beh, confermo quello che dicevo prima. A me Torino piace di più quando mi dà un senso di straniamento, non tanto quando la sento “mia”. E’ una maniera diversa di viaggiare. Credo che Leopardi l’abbia detto benissimo: “Dietro ogni paesaggio c’è sempre un altro paesaggio…”. A Torino mi capita spesso di fantasticare, di vedere altro oltre l’ovvio. Tutto sommato, anche il carcere di GIUDA è un posto imprevedibile. Ho cercato di raccontarlo non attraverso la retorica delle sbarre e delle porte chiuse, ma attraverso il carattere labirintico dei lunghissimi corridoi.

ferrario

Davide Ferrario

Per molte riprese aeree hai utilizzato dei droni, una tecnica che sta prendendo decisamente piede. Quali sono le ragioni, secondo te? Si tratta solo di motivi economici (usare un drone è probabilmente molto meno dispendioso che montare un dolly) o pensi che potrebbe diventare una vera e propria “nuova tecnica artistica”?

Ho sempre sperimentato la tecnologia, ma spero di non essermene mai lasciato ingabbiare. Le macchine non sono fini, ma mezzi. Il drone è uno strumento interessante,ma non sostituisce un dolly, che ha un altro respiro e un’altra funzione. Ma è certamente utile e più pratico di un elicottero: anche se difficilmente interagisce con le scene recitate. I droni fanno un rumore infernale e le pale delle eliche agiscono come dei ventilatori: sulla scena si muove tutto quello che non è pesante…

Nel film citi Leopardi e le sue Operette morali. Ribadisci che non si trattava di un uomo triste e solo, quanto di un uomo che riusciva a vivere solamente ridendo delle stortezze del mondo. Credi che questa chiave di lettura sulla sua opera venga tenuta abbastanza in considerazione a livello scolastico? Secondo me eserciti di liceali che gridano “che palle Leopardi” dimostrano che non è così…

Ovvio che la scuola è il modo peggiore di imparare le cose. Ma naturalmente è necessaria. Io credo che la scuola dovrebbe darti una preparazione di base, generale. Cioè, farti sapere che Leopardi c’era, cosa ha scritto, quanto è stato importante. Poi però devi trovare tu una ragione per appassionarti, non ti possono imporre le passioni per forza. La verità è che Leopardi cominci a capirlo solo quando sei grande, la sua complessità e ironia difficilmente parlano ai ragazzi.

Eugenio Franceschini ne LA LUNA SU TORINO

Eugenio Franceschini ne LA LUNA SU TORINO

La scena che più mi ha emozionato ne La luna su Torino è quella in cui Ugo, il protagonista, cerca di capire cosa stia guardando una vecchia signora, perennemente seduta su una panchina con lo sguardo rivolto verso non si sa bene cosa. Quando le chiede “ma si può sapere cosa guarda?”, lei risponde che non ha nemmeno la vista buona: resta lì perché si sta bene. Un vero e proprio inno alle piccole cose, alla semplicità della felicità. Credi che proprio ritrovando le piccole cose riusciremo, se non ad uscirne, a sopportare questa crisi economica ed esistenziale?

Credo che la mia vita personale sia fatta esattamente di questo. Appunto perché sono ateo, non mi aspetto dal mondo niente di più di quello che può offrirmi. Ecco perché uno la felicità se la deve andare a cercare; e se la deve anche meritare. Non è una cosa che si illumina un giorno come una lampadina: è una specie di disciplina che si cura quotidianamente, come una pianta.

Hai qualche consiglio da lasciare a chi volesse tentare oggi di diventare regista (tra i molti che tentano ci sono pure io…)?

A questa domanda rispondo sempre: ma vuoi fare il regista o fare dei film? Io, per esempio, non mi considero un regista (in effetti faccio molto altro). Però ogni tanto ho bisogno di fare un film per raccontare una storia. E’ questa esigenza, morale prima che professionale, che mi ha sempre mosso. Non mi frega niente di fare il regista per mestiere, dover fare un film ogni tot e magari dei film tutti simili così i critici sono contenti. Ho sempre fatto cose diverse perché sentivo che in quel momento dovevo dire una certa cosa. Mi aspetto che un giovane faccia lo stesso: che abbia la necessità di fare un film. A quel punto ci riesce, il problema dei soldi diventa secondario. Tanto più oggi, con la tecnologia digitale.

Grazie Davide, e complimenti per il tuo lavoro.

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[Grazie a Davide Ferrario e a Cristina Sardo per la gentilezza e la disponibilità]

Riccardo Poma

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