La notte del giudizio – Election Year

(The Purge: Election Year)purge-election-year-poster

Regia di James DeMonaco

con Frank Grillo (Leo Barnes), Elizabeth Mitchell (senatrice Charlie Roan), Mykelti Williamson (Joe Dixon), Joseph Julian Soria (Marcos), Betty Gabriel (Laney Tucker), Terry Serpico (Earl Danzinger), Edwin Hodge (Dante Bishop), Kyle Secor (Edwidge Owens), Liza Colon-Zayas (Dawn), Jared Kemp (Rondo), Raymond J. Barry (Caleb Warren), Christopher James Baker (Harmon James).

PAESE: USA 2016
GENERE: Thriller
DURATA: 105′

Anni dopo aver risparmiato la vita all’uomo che, ubriaco, travolse e uccise suo figlio, l’ex agente di polizia Leo Barnes è diventato la guardia del corpo della senatrice Charlie Roan, candidata alla presidenza e decisa ad eliminare una volta per tutte la notte dello sfogo (dodici ore in cui sul suolo americano ogni crimine diventa legale). Ma siccome lo sfogo è un’arma che serve ai poteri forti per eliminare la popolazione indigente (homeless, tossici, minoranze in genere), ai governanti non piace l’idea che venga cancellato. Riuscirà la senatrice a sopravvivere a quello che, forse, sarà l’ultimo sfogo?

Terzo capitolo della trilogia di DeMonaco, anche sceneggiatore e autore del soggetto. Come già accadeva nel secondo, la trovata dello sfogo è un pretesto per raccontare, ancora una volta, la mostruosità di una società USA violenta e schiava della violenza. Nella sua miscela di azione, paura e fantascienza quella di DeMonaco resta una delle più riuscite, inquietanti, evocative saghe politiche che il cinema americano abbia sfornato negli ultimi vent’anni. I modelli saranno pur palesi (Carpenter su tutti), ma il modo in cui si riflette sulle aberrazioni del potere (anche religioso) è più attuale che mai, e non è difficile leggere tra le righe un riferimento preciso alle presidenziali “reali” del 2016. In questo modo esce dalla fantapolitica e diventa un film di preciso impegno civile, uno di quelli che tentano di scuotere le coscienze per ottenere un risultato tangibile. Ritmo indiavolato, non un attimo di respiro e, al centro, un personaggio “morale” tormentato e sublime che pare uscito da un western di Hawks o da una fuga di Carpenter. E che dire dell’incredibile quantità di trovate, anche e soprattutto visive (maschere, mezzi, personaggi)? Rispetto al secondo gli sviluppi narrativi sono forse più convenzionali, e non mancano sequenze da buddy movie un po’ fuori luogo, ma di film così potenti e visionari se ne vedono sempre meno. Chi critica il finale elogio al potere della democrazia dovrebbe spiegarci come avrebbe voluto vedere finire una saga di questo tipo. Regia rocciosa e minimale che proietta lo spettatore DENTRO lo sfogo. Anche per questo ci è piaciuto: si teme per la propria vita anche se si sta seduti in poltrona. L’ottima fotografia è di nuovo di Jacques Jouffret. La violenza è più suggerita che mostrata, ma non è un film per tutti. Per i coraggiosi, comunque, imperdibile. Così come per i fan di Carpenter, Friedkin, Miller. Inferiore al secondo ma leggermente superiore al primo.

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