Baciami, stupido

(Kiss me, stupid)

Regia di Billy Wilder

con Kim Novak (Polly), Dean Martin (Dino), Ray Walston (Orville J. Spooner), Felicia Farr (Zelda Spooner), Cliff Osmond (Barney Millsap), Barbara Pepper (Big Bertha), Skip Ward (il lattaio), John Fiedler (reverendo Carruthers), Dora Merande (la madre di Zelda), Howard McNear (il padre di Zelda), Alice Pearce (signora Mulligan).

PAESE: USA 1964
GENERE: Commedia
DURATA: 125′

Quando il noto cantante e tombeur de femmes Dino si ferma a Climax, Nevada, per fare il pieno alla sua auto, il compositore Orville J. Spooner, in combutta con l’amico paroliere Barney, lo costringe a restare affinché ascolti la sua musica e gli dia un’occasione. Deciso ad ospitarlo a casa sua, Orville non ha però pensato che Dino vorrà insidiargli la bella moglie Zelda, della quale peraltro è gelosissimo. Cacciata di casa la poveretta con un pretesto, si fa recapitare la prostituta Polly affinchè si finga sua moglie e dia a Dino tutto ciò che vuole. Ma quando quest’ultimo inizia ad andarci giù pesante, Orville ha un sussulto di dignità.

Tratto da L’ora della fantasia (1944) di Anna Bonacci, adattato da I.A.L. Diamond, uno dei film meno capiti di Wilder, forse perché tra i primi – e tra i pochi – prodotti hollywoodiani che non soltanto porta in scena il tradimento, ma che addirittura non fa nulla per condannarlo (alla fine tutti tradiscono tutti, eppure nel farlo tutti ci guadagnano qualcosa). In realtà si tratta di una delle sue opere più geniali e dissacranti, nella quale l’archetipica struttura della commedia degli equivoci serve ad indagare le magagne della società USA, sempre più misogina e maschilista. Come già accadeva con Marilyn in Quando la moglie è in vacanza (1955), la presenza del divo – in questo caso Martin – serve a Wilder per irridere la mentalità del maschio medio, sempre pronto a giudicare e a negare fiducia alla propria consorte salvo poi essere il primo a tradire (ma soltanto se la cosa gli conviene, come in questo caso). E infatti gli unici personaggi positivi sono le due donne, distantissime a livello socio-culturale eppure accomunate da sentimenti di sincerità e solidarietà che palesemente mancano al trio di maschietti. Anche le uniche che il regista guarda con rispetto e ammirazione, mentre ai maschi è riservata una massiccia dose di beffarda ironia (il terrore più grande di Orville era che la moglie lo tradisse, e alla fine questo accade proprio a causa della sua futile pantomima studiata per impedirlo).

Grande performance della Novak e coraggiosa quella di Martin, alle prese con un ruolo denso di riferimenti autobiografici ma quasi tutti virati in negativo. Audacissima per i tempi la scena in cui dopo aver sfilato le scarpe alla Novak le riempie di Chianti e beve: pura rappresentazione simbolica del feticismo, mai vista in un film hollywoodiano. Il riconoscimento finale che Dino tributa a Orville e Barney potrebbe sembrare una redenzione in extremis del personaggio, ma non è difficile accorgersi che si tratta solo dell’ennesimo stratagemma wilderiano per irridere i personaggi, così inebetiti dall’aver raggiunto il successo da non accorgersi di aver perso la dignità. L’essenzialità spaziale di Wilder raggiunge qui livelli estremi: se si tolgono alcune brevissime parentesi “esterne” (la veranda dei genitori di Zelda, il Bar dell’Ombelico, la roulotte di Polly), il film è quasi tutto ambientato in un appartamento, anzi, in una stanza. Stranamente, non una stanza di città ma di provincia. Dopo l’exploit cromatico in Technicolor di Irma la dolce (1963), Wilder torna ad un raffinatissimo ed espressivo bianco e nero (fotografia di Joseph LaShelle) che qua e là diventa poesia. Musiche dei fratelli Gershwin, di Beethoven, Mozart e del solito André Previn. Imperdibile.

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